Introduzione
Il laboratorio del 21 marzo costituisce il seguito di quello del 23 febbraio, il quale ha visto l’aula interrogarsi sul ruolo e sull’importanza delle competenze relazionali.
Ripartendo dalla narrazione fatta dal collega nel laboratorio precedente che, a titolo di riassunto, si riporta nuovamente, emergono le criticità riscontrate dall’avvocato alle prese con le nuove competenze.
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L’episodio narrato riporta l’esperienza di un avvocato alle prese con una separazione dove assume le difese della moglie, tradita dal marito con una sua collega di studio. Il tradimento avviene in concomitanza al lutto del loro figlio in seguito a una grave malattia neurologica. Per la donna la scoperta del tradimento è un lutto nel lutto; si viene a creare una situazione insostenibile che porta i coniugi ad una rottura definitiva. La moglie è intenzionata ad ottenere una rivalsa dal marito ma il suo difensore cerca di trovare una soluzione per una separazione consensuale. Per questa ragione invita il marito ad un incontro per parlargli e chiedergli “la sua versione dei fatti”. Questa mossa si rivela efficace perché gli permette di creare una relazione costruttiva orientata sulla fiducia, al punto che il marito chiede al collega di prendere anche le sue difese.
Si creano quindi le condizioni perché la separazione proceda all’interno di un clima positivo e maturo: marito e moglie riescono ad instaurare una comunicazione costruttiva, pur all’interno di una situazione difficile come quella della separazione. Dopo diversi incontri i coniugi sembrano riuscire a instaurare di nuovo un rapporto, al punto che in tribunale optano per la conciliazione – caldamente consigliata dal giudice stesso. La moglie però, pur riconciliandosi con il marito, in forza del verbale di separazione da dove risulta l’ammissione del tradimento da parte dello stesso, decide di fare un esposto all’amante del marito. Questa decisione incrina inevitabilmente i rapporti con il marito, che si sente tradito e preso in giro dall’avvocato, impattando negativamente sulla conciliazione e sui rapporti tra le parti in causa.
La strategia del collega, orientata alla conciliazione e alla ricomposizione del rapporto, sembra essersi rivelata inefficace. La questione portata ai partecipanti del laboratorio è dunque: cosa fare? Quali comportamenti adottare in questi casi? La scelta di creare una relazione costruttiva con la controparte, andando oltre la procedura giudiziaria, è stata una scelta lungimirante e utile?
Dunque, che fare?
Nell’ambito della gestione dei conflitti come la mediazione o più in generale nell’applicazione di metodologie appartenenti alle ADR non è raro trovare mediatori o avvocati alle prese con una tensione tra le parti che risulta emotivamente difficile da gestire. Gli argini delle procedure, specialmente quelle del diritto, non sempre preservano il professionista da un coinvolgimento personale, soprattutto quando il contenzioso diventa particolarmente acceso portando alla luce la sofferenza, il dramma vissuto dalle persone. Ne abbiamo parlato nel laboratorio precedente: quali misure deve adottare un professionista “negoziatore” in questo caso, quali strumenti ha a disposizione?
Per rispondere a questa domanda abbiamo individuato due differenti modi di gestire le emozioni: l’empatia e la simpatia. La prima coinvolge più la “testa”, implica la comprensione dell’emozione altrui senza però che essa comporti l’immedesimazione o l’identificazione con la parte e il suo vissuto emozionale, la simpatia invece è una reazione di pancia che porta ad assumere la stessa prospettiva del cliente, con il suo carico emotivo, le sue tensioni e il suo bisogno di riscatto – insomma, il problema del cliente diventa il problema del professionista.
Questo vale tanto per il professionista, come l’avvocato nel caso specifico, che per qualsiasi ruolo da responsabile, per qualsiasi ruolo insomma dove ci si trova a gestire un conflitto dove sono coinvolti collaboratori, partner o utenti e anziché utilizzare strategie negoziali per risolvere al meglio la situazione nel suo complesso ci si trova a compiere scelte che avvantaggiano solo una delle parti, prendendone le difese sulla base della “simpatia” provata.
In tutti questi casi per ottenere un risultato realmente integrativo è necessario fare ricorso a competenze che non sono solo quelle tecnico-professionali, poiché non riguardano capacità tecniche ma capacità personali come la gestione delle proprie emozioni, e competenze relazionali, cioè quelle che fanno riferimento al modo con cui gestiamo i rapporti con gli altri, comprendendone le esigenze e modulando il proprio comportamento sulla base delle loro caratteristiche e del proprio ruolo.
Tra il dire e il fare però ci sono le situazioni specifiche, le persone singole con le loro attitudini e i loro desideri, talvolta grandi, talvolta meschini. Per far fronte ad essi non basta sviluppare una generica accortezza all’ascolto o alla relazione; entra in gioco il contesto, l’eccezione che conferma la regola. Il rischio è che rispetto ai casi specifici le competenze risultino essere un mix confuso di “saperi” (saper essere, saper fare, sapere) di cui non sappiamo bene che farne. Occorre saper calibrare le proprie capacità per far sprigionare appieno il proprio potenziale e assumere un atteggiamento realmente costruttivo. A volte, dare eccessivo risalto al “saper essere”, dare spazio cioè alla persona rispetto al professionista, può risultare controproducente.
Nello scorso laboratorio, i casi portati in aula hanno messo in risalto questo aspetto e hanno creato l’occasione per un confronto sulle opportunità rappresentante dal metodo negoziale e sull’efficacia delle modalità relazionali che tramite esso possono essere sviluppate. È opportuno far emergere la “persona” sul “tecnico”? Il rischio è di trovarsi delegittimati nel proprio ruolo da consulente e di non riuscire a gestire la situazione nel modo più efficace, lasciando le parti sfiduciate e insoddisfatte – esattamente l’opposto di quanto si prefigge di ottenere un professionista negoziatore.
Come accade nella storia narrata dal collega, per riflettere e cercare un’alternativa, una soluzione, all’impasse creato dal conflitto “tecnico vs persona” l’aula si è divisa in due gruppi, ognuno dei quali ha lavorato su uno dei due casi portati in laboratorio la volta precedente (ricordiamo che i report dei laboratori di febbraio e marzo sono stati dedicati solo a una delle narrazioni proposte).
Di seguito sono riportate le osservazioni della classe.
Ciò che ha caratterizzato l’intera vicenda è, a detta del collega “una fortissima emotività” – mi sono immedesimato, afferma. Riconosce che la vicenda gli ha suscitato un forte sentimento, lo ha “inchiodato” fin dall’inizio – non travolto, ma offuscato. I bisogni delle parti sono diventati i suoi bisogni, ciò a cui mirava di soddisfare (“vedevo amore nel rapporto, volevo tutelarlo”).
Le domande che il collega rivolge al gruppo sono: “cosa avreste fatto/cosa fareste adesso al mio posto?” e “sono stato un buon professionista?”.
Per rispondere a questi interrogativi il gruppo si è focalizzato sulla componente emozionale della vicenda vissuta dal collega utilizzando domande esplorative del tipo: “quali sono state le tue emozioni quando hai incontrato il marito?”. Il collega utilizza parole chiave ben precise: ‘tenerezza’, ‘l’ho visto rigido e intimidito dal colloquio ma quando gli ho detto che non volevo giudicarlo, da rigido si è lasciato andare, anche la postura è cambiata…..gli ho chiesto la sua versione dei fatti’. Le emozioni del collega sono di “stupore” (per la storia) e “soddisfazione” per aver creato un rapporto di fiducia con il marito di cui assume addirittura le difese. Dopo l’episodio che vede il marito convocato come PIF (persona informata sui fatti), le emozioni nei confronti del marito e della situazione in generale mutano: “mi sono sentito male”, “in colpa…(perché) gli ho messo sulle spalle un obiettivo che forse era solo mio”, ho sentito come un “senso di fatica” nonché “strumentalizzato dalla moglie”.
Si sa, la strada per l’inferno è lastricata di buoni propositi. Dopo la decisione della moglie di fare un esposto all’ordine professionale al quale appartengono lei, il marito e l’amante, per avere una rivalsa sull’amante del marito, sembra evidente che la fiducia posta dal collega nel rapporto non ha dato i frutti sperati: la frattura tra i coniugi rimane e il marito si sente tradito, preso in giro.
Sul piano strettamente operativo, alla domanda “cosa avreste fatto/cosa fareste adesso al mio posto?” il gruppo ha suggerito di mutare atteggiamento, assumendo un ruolo più distaccato e disimpegnato nei confronti della coppia e dei suoi problemi. Smetterla insomma con la “sindrome del salvatore”, cioè con quell’atteggiamento volto a fare a tutti i costi il bene delle persone. La sindrome del salvatore è di solito associata ad un marcato coinvolgimento emotivo, dovuto ad un rispecchiamento/identificazione nei confronti del cliente che porta erroneamente ad interpretare i suoi bisogni attraverso le proprie aspettative. Porta ad assumere un implicito senso di superiorità nei suoi confronti, perché induce il professionista a ritenere di sapere cosa è più giusto per il suo cliente. Proprio per questo la sindrome del salvatore può tradursi in un atteggiamento “paternalista”, dove il professionista si sovrappone al cliente, ignorandone i reali bisogni e le sue necessità, deresponsabilizzandolo nelle scelte da compiere.
Potremmo dunque affermare che il collega non è stato un “buon professionista” perché ha permesso alla componente emotiva di emergere, ma si è indubbiamente comportato da buon professionista negoziatore: ha creato un’apertura tra i coniugi in conflitto facilitando l’esito della conciliazione, ricusando però gli effetti collaterali di una strategia forse troppo attenta alla relazione a scapito della situazione complessiva.
Discutendo in plenaria quest’ultimo aspetto sono emersi alcuni suggerimenti per trovare il modo di bilanciare le competenze relazionali, umane, alle competenze tecniche; il “metissage” non è impossibile, occorre però prendere le dovute accortezze e trovare il giusto equilibrio tra le caratteristiche che costituiscono il profilo del professionista negoziatore.
Per cominciare occorre un accurato lavoro di auto-osservazione, interna ed esterna, per acquisire consapevolezza del proprio coinvolgimento emotivo e trovare la giusta prospettiva entro cui porsi: ci sono situazioni che richiedono una certa equidistanza dalle parti, soprattutto quando è nel loro interesse superare la contrapposizione tra posizioni contrastanti. Il professionista agisce in questi casi da facilitatore; non si fa carico del problema ma crea le condizioni perché le parti lavorino insieme per la sua risoluzione, le responsabilizza agendo sullo sfondo.
Perché tutto questo però si traduca in una prassi reale, in grado di fornire risultati concreti, e non in una semplice aspirazione, bisogna acquisire un atteggiamento ben preciso nei confronti del conflitto, senza preoccuparsi di risolvere a tutti i costi il problema legato al contenzioso. La “sindrome del salvatore” ad esempio, è spesso dovuta proprio ad un disagio nei confronti della dinamica conflittuale che spinge il professionista a cercare una soluzione a tutti i costi.
Solo mutando atteggiamento è possibile acquisire quella visione d’insieme necessaria per abbracciare in un solo sguardo la complessità della situazione conflittuale – un solo sguardo, nel senso che unico è l’approccio del professionista, al tempo stesso tecnico, efficiente, e in grado di cogliere la dimensione relazionale ed emozionale sia delle parti che di se stesso.
A cura di T. Fragomeni e S. Pappalardo
